INTERVIEW

© Marina Ghenda intervista Ferruccio Montanari nello studio di piazza Matteotti, Udine, 12.06.2013, ore 10.30.


È stato un grande privilegio conoscere e lavorare con l’Architetto Ferruccio Montanari, da tutti riconosciuto come “il Maestro” in campo grafico.

Quando gli chiesi se voleva rilasciare un’intervista rimasi piacevolmente sorpresa; conoscendo il suo carattere schietto e riservato, mi sarei aspettata un cordiale rifiuto. Di certo la sua grande umanità, pazienza e umiltà ha dato, a tutti noi che lo abbiamo conosciuto, un grande insegnamento non solo dal punto di vista professionale ma anche umano. Grazie Ferruccio.

Marina: Com’è maturata l’idea di fare il grafico?
Ferruccio:
Lavoravo da Architetto in studio con Nino Tenca. Avevamo un amico in comune, Francesco Messina, che è un grafico puro. A quel tempo lui lavorava presso Conti, uno studio di grafica e pubblicità. Francesco, dopo aver lasciato Conti, mi ha proposto di lavorare assieme come grafici perché aveva visto dei lavoretti di grafica che avevo fatto, perché quando sei architetto ti chiedono di fare un po’ di tutto, a: disegnare una tomba, b: fare una pubblicità.
Gli avvenimenti successivi mi hanno portato ad abbandonare il lavoro di architetto e a dedicarmi al mestiere del grafico. Avevo capito subito che c’era molto da imparare: la tipografia, i caratteri, le altezze… prima, quando sei così brado, butti giù delle cose con delle proporzioni approssimative.
Il mondo si divide tra talenti e geni, e quelli che non lo sono. I primi possono fare di tutto. Un architetto come Wright può fare di tutto. Le Corbusier era pittore e architetto e aveva disegnato una sua famiglia di caratteri… Solo a pochi è dato di poter fare tutte le cose assieme; in genere confinano con la categoria degli artisti.
Chi artista non è, deve imparare a fare le “robe”, a mettersi con molti sbagli dentro. In questo senso Francesco che era un grafico puro è stato un maestro.

M:
Francesco aveva avuto una formazione diversa?
F:
Aveva avuto una formazione specifica a Milano, una scelta che allora non era dei più.
La via dell’imparare è stata quella. Dopo di che, nel fare queste “robe” è andata molto bene perché la Biennale di Venezia aveva speso un sacco di soldi – nel ’76 tutto era seguito dall’Unimark International (Bob Norda, Massimo Vignelli prima di andare in America, Cerri) – e allora cercavano giovani che non costassero molto.
Questo significò che per 6 anni facemmo i grafici della Biennale.
La grafica per la Biennale comportava anche lavorare per la Eri (le edizioni della Rai) che per un certo periodo ne pubblicò i cataloghi, e ciò ci permise un lavoro d’editoria a livello nazionale.
Il contatto con la Rai continuò nel tempo; io lo mantenni più a lungo di quanto fece Francesco.
Avevamo uno studio assieme “Messina-Montanari”; lui poi s’indirizzò a Milano dove aveva degli interessi con le case discografiche. Con Battiato faceva copertine di dischi ma più che un rapporto di lavoro, era soprattutto un rapporto di “solidarietà culturale” con questo settore.
Così ci dividemmo. Io continuai per la parte di editoria, soprattutto e con questi contatti, con queste riviste che nascevano nella dimensione romana e non solo: Art, Archeo…

M:
Un lavoro tira l’altro.
F:
Un lavoro tira l’altro. La parte delle mostre, allestimenti sono una dimensione abbastanza importante… Poi se vuoi ti posso dare una cosa scritta, perché adesso non facciamo la lista della spesa (ride).
Importante per me, nel senso di piacevole, fu la storia iniziata con casa Leopardi, che presentò una serie di mostre, e di cataloghi su Leopardi.
Un rapporto bello anche con la famiglia che poi andò finire anche in Russia con la mostra Tolstoj-Leopardi.

M:
Il lavoro che più ti rappresenta?
F:
In genere sono i lavori più piccoli, fai conto con Moroso si sono fatte tante cose, ma il catalogo che mi è piaciuto di più è una catalogo piccolo, piccolo fatto per De Lucchi, anzi se vuoi te lo mostro. Eccolo.
È fatto in tipografico.

M:
Posso fotografarlo?
F:
Sì. Alla fine ci sono stati riconoscimenti; uno dei cataloghi per Moroso ha vinto il 1º Premio Fedrigoni. Io ho fatto un po’ di disegnini in un libro intitolato “I senzastorie” che racconta la storia degli ultimi nel FVG. Dai primi disegni agli ultimi si vede come il disegno cresce; è un po’ come quello che è stato per me, il passaggio dall’architetto al grafico… Per cui o diventi un illustratore, e continui a fare quello, e allora lo sviluppi, o lo lasci lì – io l’ho lasciato lì – ma ogni tanto o mi torna dentro, allora facendo questo catalogo Moroso ho disegnato qualche segno. E quelle forse sono le cose che mi piacciono di più. Perché io ho un brutto difetto: sono fortunato e a quelli fortunati succedono le cose.
Se imparo a giocare a bridge e poi vado a fare un torneo… lo vinco e poi smetto di giocare a bridge, perché poi oltre alla fortuna c’è anche la vigliaccheria… (ride).
Fai le robe della Biennale – per me potevo smettere anche lì di fare il grafico – poi lo fai perché… io sono salito su tutti i treni che son passati ma non ho mai costruito il treno da dove salire. La grafica è stata uno di “quei treni”. Devo dire che non ho rifiutato nessun tipo di lavoro.

© Marina Ghenda: Ferruccio Montanari, Catalogo per Moroso e Premio Fedrigoni, Udine, 12.06.2013.

M: Questa è la filosofia progettuale?
F:
La filosofia forse la ricavano altri, io lo considero un atteggiamento sulle cose. Non riesco a fare una differenza: se venisse qui un qualsiasi committente gigante, internazionale o il meccanico del piano qui sotto, l’atteggiamento sarebbe lo stesso.

M: Sempre fare al meglio, anche un lavoretto?
F:
Quello che ti viene, perché alla fine tu mica cambi – non è che tu stai a giudicare se stai facendo il meglio – ci possono essere dei meglio dal punto di vista dell’applicazione, ma non sulla sostanza della cosa. Un marchio puoi rappresentarlo con 40 tavole, applicazioni, positivo, negativo, ma quello è. Se faccio il marchio per un meccanico lo faccio con impegno.
Come diceva Picasso quando ha fatto un ritratto a una signora in 20 minuti, quando ha chiesto il giusto compenso la signora gli ha detto “Maestro, milioni di franchi per un quarto d’ora?”. “Sì, un quarto d’ora e una vita”. Lui non è che gli ha messo meno impegno, ma tutto quello che era fino a quel punto.

M:
Ci sono stati momenti negativi/positivi che hanno influito sul lavoro?
F:
No, a mia memoria no; quello che influisce credo – da quando mi sono venute queste cose – e che se uno fin da piccolo vuole fare il meccanico è uno fortunato, uno come me, che in somma va bene un po’ di tutto, è meno fortunato. Nel senso che ti possono piacere più o meno le cose che hai fatto, ma non c’è quasi mai nulla di particolarmente significativo. Ci sono dei lavori, che hai fatto volentieri, ma poi, sai, dipende dalle persone con cui vieni in contatto, dai modi, dal tempo, dal clima. Cioè lavorare in Russia mi è piaciuto solo perché – era un casino, c’erano tutti questi operai a montare la mostra e c’era un plastico della “Torre del passero solitario” e stava così (indica in maniera inclinata) e questo: “Non è la torre di Pisa”… Trovi “monate” in giro per il mondo che ti rasserenano (ride).
Le soddisfazioni migliori le hai quando sei sulla macchina, sul foglio, con la gente che fa, e io credo di avere sempre lavorato con persone… brave.
Anche là nel così detto clima romano. Quando andavi in tipografia poteva accadere che cominciavi alle 10 anziché alle 8, ma chiudevi a mezzanotte anziché alle 18.00. Quando lavori con più persone è rassicurante.
Ricordo la prima volta alla Biennale: io e Francesco eravamo molto, non dico intimoriti, ma volevamo che il lavoro venisse bene.
La gara l’aveva vinta la Tipografia Commerciale, il nome dice tutto. In quel momento facevano a gara, tra tipografi interni, per stampare a velocità pazzesche. La gara a chi va più veloce.
Invece quando siamo andati lì, con questi manifesti da fare, stavamo fino a mezzanotte finché non “riusciva il punto”. Avevamo fatto fare i fotoliti a Milano da Bassoli, che è il più bravo fotolitista. Chiama Bassoli: “ma quante linee?”, i tipografi rispondono: “Normale 60 linee”. Dopo di che si era scoperto che dipendeva dal tipo di lastre che il padrone della Commerciale comprava a bassissima qualità per cui “il punto non avrebbe mai preso”. Ne avremmo buttate via 20. Il giorno dopo le hanno comprate buone. Ma i ragazzi lì se l’erano presa come punto d’onore a riuscire a portare avanti il lavoro, gli stessi che facevano la gara a fare i più veloci… Quando c’è l’amore per il lavoro che fai! In genere sono più rari i casi della disaffezione che affezione.

M:
Per concludere?
F:
Un caffe!

M:
Magari una frase, un consiglio.
F:
Un consiglio è non prendersi mai troppo sul serio, preferire l’ironia al sarcasmo, perché come diceva Corto Maltese: “Passa la stessa differenza che c’è tra un sospiro e il rutto” (la metteva in bocca ad un inglese).

© Marina Ghenda: Ferruccio Montanari nello studio di piazza Matteotti, Udine, 12.06.2013.

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